Recensione: Explosions In The Sky – “Take care, take care, take care”

Gli EITS si prendono cura della buona musica

Se il post-rock fosse uno stato, gli Explosions In The Sky sarebbero il governo perfetto. E come governano loro questo genere, non ce ne sono (solo i Mogwai al momento sono all’altezza).

“Take Care, Take Care, Take Care” non suona poi così diverso dai dischi precedenti della band texana, eppure riesce a colpire dritto al cuore, soprattutto nelle prime due tracce (sui livelli di “The Earth Is Not A Dead Cold Place”). Poesia pura che esce dalle casse, semplicità estrema negli accordi che va a creare melodie struggenti e coinvolgenti (il capolavoro “Human Qualities” ne è un esempio) e tappeti sonori che ascoltati ad occhi chiusi e con le cuffie permettono di “viaggiare” verso lidi sconosciuti. Leggi l’articolo completo

Recensione: The Raveonettes – “Raven In The Grave”

I due danesi ritornano con una cupezza incredibile

Il duo Wagner-Foo dà alle stampe il quinto album in studio dal titolo non proprio allegro, “Raven In The Grave”. Le atmosfere cupe del titolo emergono in tutto e per tutto nei nove brani qui presenti, con uno shoegaze al limite dell’ipnotico (“War In Heaven” ne è un esempio lampante).

Non è un disco che sconvolge il mondo musicale, i Raveonettes sono sempre loro, leggermente più riflessivi e intimistici senza rivoluzionare il proprio sound. Sharin e Shune (sembra quasi un gioco di parole) sembrano aver ascoltato a ripetizione Jesus And Mary Chain, Radio Dept. e Cure, e lo si nota dai tappeti sonori estremamente introspettivi che sono riusciti a inserire in questo lavoro.

Davvero un bel disco, chi li ha amati continuerà ad amarli. Leggi l’articolo completo

Recensione: Orange – “Rock Your Mocassins”

Gradevole disco rock’n'roll

Gli Orange del celebre “Nongio” Francesco Mandelli sono giunti al secondo disco, dimostrando di avere tutte le qualità per non essere una meteora. Nati come cover band degli Oasis, hanno presto intrapreso una starda diversa, incidendo pezzi propri molto garage-rock basati sullo scarno sound chitarra-batteria che ha reso celebri i White Stripes.

Insieme a Chicco Buttafuoco, il buon Francesco ha dato alle stampe questo “Rock Your Mocassins” che non è altro che un disco essenziale, diretto, semplice e divertente. Rock’n'roll senza prendersi troppo sul serio per una band che si definisce “essenzialmente una live band“.
Prova superata.

La struttura dei dieci brani in scaletta è molto simile, nessun particolare colpo di genio, nessuna sperimentazione. Garage rock allo stato puro per un duo batteria-chitarra che si rifà molto ai White Stripes e ai Black Keys. Qui, però, ci sono pezzi più tirati, più veloci e sbarazzini e meno riflessivi (“I Don’t Like You Anymore” è un singolo pazzesco degno dei migliori Strokes, band di riferimento del loro primo lavoro). La forza dei brani è essenzialmente live. Basta fare un giro per YouTube (o ancora meglio, in qualche live club) per rendersene conto.
Un disco gradevole, e di questi tempi può bastare.

Data di uscita: marzo 2011, GPees Productions

SomiglianzeThe Strokes, The White Stripes, The View, The Kooks, The Fratellis

Voto7/10

Da ascoltare subito: ”I Don’t Like You Anymore”, “Bigshoes”

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Recensione: The Strokes – “Angles”

5 anni di attesa: ne valeva la pena

Lunga è stata l’attesa prima di poter ascoltare il successore di “First Impressions Of Earth”, rilasciato a inizio 2006. Nel mezzo, svariati progetti solisti e paralleli dei componenti della band, ma in questo 2011 finalmente gli Strokes hanno deciso di ritornare prepotentemente sulle scene con un disco esplosivo e leggermente diverso dai precedenti.

La gestazione non è stata affatto facile, con Julian Casablancas che ha inciso le parti vocali per conto suo: quasi una registrazione da separati in casa, con un risultato però tutt’altro che disomogeneo. Un mix di suoni anni ’80 e la tipicità delle chitarre-Strokes compongono appena 34 minuti buoni, non eccelsi, ma comunque godibili.

Il primo singolo, “Under Cover Of Darkness” è quello che si avvicina di più al classico sound della band, con Julian che non si discosta di un millimetro dal modo di cantare che aveva in “Is This It?”. Rock’n'roll con giri di basso e ritmi sincopati tipici degli esordi del quintetto, che riprende dalle origini anche nel ritornello di “Taken For A Fool”. Leggi l’articolo completo

Recensione: Mogwai – “Hardcore Will Never Die, But You Will”

Dopo il buon “The Hawk Is Howling” del 2008 i Mogwai tornano con un disco dal titolo geniale, “Hardcore Will Never Die, But You Will”. Rispetto al precedente lavoro, questo è qualche centimetro più su e l’intimismo, qui, la fa da padrone.

La cura del suono è sempre la stessa, maniacale, estremamente perfezionista, ben congegnata. “Rano Pano”, singolo di debutto, è qualcosa di estremamente trascinante. Chitarre acide, batteria molto incisiva per un sound che ci riporta alle origini. Pezzi tirati, ballad, psichedelia. C’è tutto in questo disco, che preannuncia una grande forza nell’esecuzione live.

Non fosse per “Mexican Grand Prix”, che stacca troppo e qualitativamente non è un granché, potevamo avere a che fare con un vero gioiello. Ma comunque ci troviamo davanti a un ottimo disco. Il tris “Death Rays” – “San Pedro” – “Letters To The Metro” è da applausi. Tre brani consecutivi di questa qualità non si vedevano dai tempi di “The Earth Is Not A Cold Dead Place”, altro gioiello del mondo post-rock. “Letters To The Metro” è di una malinconia pazzesca, pianoforte e batteria leggerissima fanno viaggiare se si chiudono gli occhi con le cuffie alle orecchie. La grinta di “How To Be A Werewolf”, soprattutto nella parte finale, è estremamente adrenalinica, con un assolo che live mostrerà tutta la sua forza. Bel disco, bravi tutti.

Data di uscita: 14 Febbraio 2011, Rock Action Records/Sub Pop

SomiglianzeExplosions In The Sky, Mono, Godspeed You! Black Emperor, God Is An Astronaut, Giardini Di Mirò

Voto8/10

Da ascoltare subito: ”Death Rays”, “San Pedro”, “Letters To The Metro”, “Rano Pano”

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Recensione: Wolf Parade – “Expo 86”

Una delle band più interessanti del panorama indie torna finalmente con il terzo album in studio confermando quanto di buono fatto con l’esordio e con il secondo lavoro. 

Il mix di suoni è sempre presente, anche se qui la matrice prog lascia spazio ad un rock più incisivo e a tratti devastante (l’opener “Cloud Shadow On The Mountain”, veloce e tirata al punto giusto). Le affinità con gli Arcade Fire ci sono e continueranno ad esserci, almeno fino a quando il batterista Arlen Thompson continuerà a collaborare con loro, ma dal punto di vista strettamente musicale la band continua ad essere interessantissima, proponendo un sound molto particolare e differente dalle indie band contemporanee.

Un album godibile e ben prodotto.

Dopo la partenza a razzo, con i primi quattro brani piuttosto tirati e schitarrati, si ha un certo rallentamento con “In The Direction Of The Moon”, ballad a metà tra Arcade Fire e Modest Mouse. 
“Ghost Pressure” ha un synth molto ’80s e richiama il disco d’esordio, con una parte finale che sfocia in allegre ritmiche reggae capaci di dare quel ‘plus’ di varietà al disco. Le chitarre tornano prepotenti in “Pobody’s Nerfect”, con un assolino niente male di quasi un minuto.
Il tutto suona sostanzialmente ruvido e si avverte un ritorno alle sonorità che avevano contraddistinto l’album di debutto, abbandonando invece il sound più morbido del predecessore, datato 2008.

Data di uscita: 29 Giugno 2010, Sub Pop

SomiglianzeArcade Fire, Modest Mouse, Handsome Furs, The National, Broken Social Scene

Voto7/10

Da ascoltare subito: ”In The Direction Of The Moon”, ”Ghost Pressure”, ”Pobody’s Nerfect”

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Recensione: Andrea Chimenti – “Tempesta Di Fiori”

A cinque anni di distanza da “Vietato Morire” torna Andrea Chimenti con questo “Tempesta Di Fiori”. L’album ha richiesto un intero anno di lavorazione ed è stato registrato a Castiglion Fiorentino. 
È il settimo album da solista per il cantautore emiliano, un concept sull’amore, ben scritto e ben prodotto, con testi interessanti molto probabilmente frutto di esperienze personali. 

Il suono è curato in maniera molto dettagliata e maniacale, con l’inserimento anche di strumenti diversi dai soliti chitarra-basso-batteria (il clavicembalo nell’intermezzo “Perduto” ne è un esempio) che va ad impreziosire un lavoro già di per sé di buona fattura. Bel disco, nulla di trascendentale, ma di fronte a un gioiello come “Qualcosa Cambierà” tutto passa in secondo piano.

Le due perle del disco si hanno ai brani numero 10 e 11, “Qualcosa Cambierà” e “Vorrei Incontrarti”, quest’ultima rivisitazione molto bella e particolare del brano di Alan Sorrenti. Ma il fatto che bisogna attendere dieci brani per ascoltare una perla non tragga in inganno: questi due brani sono al di sopra di una media già altissima. “Bellissima” è una splendida ballata, così come l’opening “Era Di Notte”, che sembra uscita da un album degli ultimi Coldplay, nonostante il background musicale del cantautore sia decisamente diverso da quello della band londinese. Lavoro gradevole e all’altezza di “Vietato Morire”, quello che finora resta il suo capolavoro.

Data di uscita: 30 aprile 2010, Santeria

SomiglianzeMarlene Kuntz, Diaframma, Paolo Benvegnù, Cristina Donà, Tiromancino

Voto7/10

Da ascoltare subito: ”Qualcosa Cambierà”, “Vorrei Incontrarti”, “Bellissima”, “Era Di Notte” 

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Recensione: Keane – “Night Train”

Dopo l’ottimo esordio “Hopes And Fears” (2004) e i mediocri “Under The Iron Sea” e “Perfect Symmetry”, i Keane tornano con “Night Train”, nuovo EP del terzetto britannico.

Con questo EP non c’è più traccia di quel brit-pop melodico che aveva contraddistinto i loro successi maggiori. Anzi, il primo singolo del disco, “Stop For A Minute”, è quanto di peggio ci si potesse aspettare: pop mischiato con hip-hop adatto più come soundtrack di una partita NBA che per un concerto rock. Questa atmosfera si ritrova (ahimé) anche in “Ishin Denshin” e in “Looking Back”. Tanto per non farci mancare nulla, troviamo anche un po’ di dance anni ’80 in “Your Love”. Come si sarà ampiamente compreso, c’è veramente ben poco da salvare.

Un disco in cui, per ascoltare il miglior brano, bisogna andare fino all’ottava e ultima traccia la dice lunga su quanto è appena passato nel nostro stereo.
Niente da fare, dopo due passi falsi consecutivi arriva inesorabilmente il terzo, dimostrando come i Keane siano in caduta libera ormai da diversi anni. Il primo disco aveva fatto ben sperare, i successivi hanno confermato che forse quello è stato solo un episodio fortunato in una carriera che si sta rivelando mediocre (come lo scudetto del ’99 di Zaccheroni, per fare un paragone calcistico). A questo punto, credo non valga la pena aspettare il prossimo lavoro. Se tre indizi fanno una prova…

Data di uscita: 10 maggio 2010, Universal Music

SomiglianzeAthlete, Franz Ferdinand, Richard Ashcroft

Voto4/10

Da ascoltare subito: ”My Shadow”

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Recensione: John Mayer – “Battle Studies”

Dopo quasi 4 anni torna John Mayer. “Continuum”, del 2006, ottenne benne 5 nominations ai Grammy Awards, vincendone due nel 2007 e altri due nel 2009.

Nei suoi 12 anni di carriera finora il buon John ha saputo unire diversi generi, spaziando dal blues al rock, passando per pop e soul. Numerose le collaborazioni di Mayer con bluesman come B.B.King, Clapton e Buddy Guy, oltre che col jazzista John Scofield, dimostrando grandissima duttilità e apertura a sperimentare più generi musicali. In quest’ultimo “Battle Studies” è il pop a farla da padrone, senza dimenticare quelle radici blues che hanno contraddistinto le origini del cantautore di Atlanta.

Il singolo “Heartbreak Warfare” è quanto di meglio ci si possa aspettare oggi in materia di pop, idem dicasi per “All We Ever Do Is Say Goodbye”, che segue in scaletta. Melodie accattivanti e molto “radiofoniche” sono il punto forte del disco, di facile ascolto e molto immediato. “Half of my heart” ricorda l’ultimo Eric Clapton, così come “Crossroads”.
Intermezzi soul (“Assassin” e “War Of My Life”) staccano un po’ dal pop, che però torna prepotente in chiusura con la ballata “Friends Lovers Or Nothing”, molto beatlesiana, degna chiusura di un disco candidato ad essere tra i migliori degli ultimi sei mesi.
12 anni e solo 4 album in studio per il trentaduenne Mayer, ma qui si può dire senza problemi che la qualità vince sulla quantità.

Data di uscita: 17 novembre 2009, Columbia Records

SomiglianzeMark Knopfler, The Beatles, Gavin DeGraw, James Morrison, Eric Clapton

Voto8/10

Da ascoltare subito: “Heartbreak Warfare”, “All We Ever Do Is Say Goodbye”, ”Friends Lovers Or Nothing”

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Recensione: Corni Petar – “Ruggine”

Il quintetto milanese esordisce il 16 aprile, sotto etichetta Ammonia Records, con “Ruggine”. Si sono formati nel 2005 ed hanno all’attivo più di 150 esibizioni live. Hanno aperto per grandi nomi quali Afterhours, One Dimensional Man e Bugo. Nel 2006 sono saliti sul gradino più alto dell’ArezzoWave Love Festival, dimostrando così tutte le loro capacità tecniche e di songwriting.

Le idee ci sono e il tutto suona molto vario, anche se poteva essere sviluppato in maniera migliore. Rock’n'roll tirato, parti strumentali post-rock, pop ruffiano ma non banale. Un mix di suoni che giova al disco e alla band, evitando così album “monosuono” noiosi e ripetitivi. Questo è il contenuto del primo LP dei Corni Petar.

La partenza, affidata a “Magnolia”, fa capire come il rock’n'roll sia il filo conduttore del disco (per averne conferma ascoltare “Un’Ottima Annata” e “Rebel Yell”, che suona molto Pearl Jam). Ci sono però anche dei rallentamenti di ritmo (“Ruggine”) che appaiono molto ruffiani (ma mai banali) all’ascoltatore. “Vorrei Dirti” sembra uscita da “Ballate Per Piccole Iene” e si conclude con una suite strumentale di quasi 3 minuti che va a sfociare in sonorità tipicamente post-rock e dà a questo brano la palma di miglior episodio del disco.

I Corni Petar, se non si perderanno per strada come hanno fatto Negramaro e Timoria, hanno tutte le qualità per ottenere un discreto successo nel panorama rock italiano.

Data di uscita: 16 aprile 2010, Ammonia Records

SomiglianzeAfterhours, Timoria, Bugo

Voto6/10

Da ascoltare subito: “Ruggine”, “Vorrei Dirti”

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