Nel luogo simbolo monumento-simbolo dell’Unità d’Italia, un riconoscimento postumo ai milioni di italiani che l’Italia dovettero abbandonarla per fuggire la fame e cercare una vita migliore. Ci sono voluti quasi tre anni per realizzare nei 400 mq della ex Gipsoteca dell’Altare della Patria il Museo dell’emigrazione italiana (Mei), che domani aprirà i battenti nel complesso del Vittoriano alla presenza fra gli altri del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi (grande “sponsor” del museo durante il suo settennato al Colle). A iniziare il percorso era stato infatti Franco Danieli, viceministro agli Esteri del governo Prodi, ma col tempo le risorse erano state più che dimezzate. E se a livello locale, sono innumerevoli i musei che ricordano i migranti di una data area geografica, mancava ancora un “contenitore” unico che raccontasse nel suo insieme un’esperienza tanto complessa. “Abbiamo riletto il fenomeno della storia dell’emigrazione con un andamento cronologico – anticipa al VELINO il direttore del Mei, Alessandro Nicosia, presentando il museo, promosso dal ministero degli Affari esteri con la collaborazione del ministero per i Beni e le Attività culturali -. Essendo un museo gratuito rivolto al grande pubblico del Vittoriano e agli studenti, abbiamo voluto semplificare la lettura. La data simbolica d’inizio è il 1861, anno dell’unificazione italiana, anche se l’emigrazione iniziò molto prima. Attraverso sei sezioni si arriva fino ai giorni nostri, con i casi di affermazione di oriundi italiani in sempre più campi e l’inversione dei rapporti, con l’Italia che dal 1976 diventa un Paese in cui i flussi in entrata iniziano a superare quelli in uscita. Ma l’aspetto più importante è quello dell’unità nella diversità, perché l’emigrazione fu un fenomeno caratterizzato da innumerevoli flussi locali”.
E proprio ai numeri, per avere una dimensione dell’emigrazione italiana nel corso dei decenni, è dedicata una parte importante del museo. Un’istallazione multimediale mostra infatti le migliaia di espatriati da ogni singola regione e la loro destinazione verso territori diversi. “Un modo per sfatare alcuni luoghi comuni – aggiunge Nicosia – perché il primato spetta al Veneto, seguito dal Friuli, mentre solo a partire dal secondo dopoguerra la Sicilia sale sul gradino più alto della classifica, anche per effetto delle partenze verso il Nord industrializzato”. Migrazione interna alla quale è dedicata la quarta sezione, con i filmati dell’istituto Luce e delle Teche Rai (molti inediti) che testimoniano. E poi le foto, inequivocabili e dimenticate, dei cartelli appesi ai palazzi e sulle porte dei locali: “Non si affitta ai meridionali”, “Vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali”. Storie di quotidiana indegnità, al punto che a Milano molti emigrati iniziarono a dormire nei casini, ospitati dalle prostitute.
Al termine del percorso, nella sala cinema, in un documentario a proiezione continua una decina registi contemporanei dicono la loro sul tema dell’immigrazione, cui hanno dedicato numerosi film, da Carlo Lizzani a Gabriele Salvatores da Giuliano Montaldo a Citto Maselli e Pasquale Squitieri. Ma il museo conterrà anche documenti d’archivio e una biblioteca in progress alla quale chiunque potrà accedere. Il fondo iniziale è di 500 volumi, con l’obiettivo di raccogliere ogni testo scritto sul fenomeno migratorio, pari ad alcune migliaia. Fra i pezzi pregiati, anche alcuni cimeli storici, dai quaderni di scuola recuperati dalla Società Dante Alighieri a due organetti originali utilizzati per le vie di Buenos Aires da migranti siciliani a inizio secolo fino al modellino della nave Roma, una delle prime a effettuare le traversate transoceaniche e a portare in America gli emigrati a livelli “industriali”. Materiale tanto vasto da rotare ogni sei mesi nei locali del Vittoriano. “Non volevamo allestire la solita mostra col passaporto o il biglietto per New York e visto che avevamo raccolto tanto materiale per gli ambienti che abbiamo a disposizione e in considerazione del tipo di pubblico che abbiamo pensato che era giusto sottolineare le tante peculiarità regionali e ‘accontentare’ tutti – chiosa il direttore -. Per questo non hanno senso le polemiche sulla necessità di realizzare questo museo a Napoli o Genova: scegliendo una sede ‘neutra’ e unitaria volevamo parlare dell’emigrazione italiana nel suo complesso, non di quella di Nord o del Centro-Sud”. (Beni Culturali)
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grazie dell’info… ci passerò sicuramente a dare un’occhiata